Rivolta pre-maman a La Maddalena. Anche nell’isola sarda, chiuso il Punto nascita

Source: Stahlkocher

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Vietato nascere nei piccoli centri: “non garantiscono gli standard di sicurezza”. E’ una legge del 2010 che lo stabilisce, ma è la stessa legge che impedisce la chiusura dei Punti nascita nelle aree disagiate del Paese. Ma allora perché le Regioni prendono iniziative senza valutare le condizioni che necessiterebbero di deroghe e riflessioni più approfondite?

Il problema del punto nascita al di là di un decreto o di una qualche problematica di natura clinico-sanitaria, verosimilmente risolvibile con buona volontà e qualche risorsa economica in più, probabilmente va inserito in una visione più ampia del piano strategico e politico dell’intero territorio regionale. Un progetto, anche in ambito sanitario, che la Regione ha “in testa” sulle zone disagiate: concentrare tutto nell’ambito urbano  attorno agli assi viari principali. E’ naturalmente un sospetto, ma ritorna ogni qualvolta i progetti regionali impattano sui territori. Allora, sul filo di questo ragionamento, la battaglia per evitare la chiusura di tutti i punti nascita a rischio non riguarda solo ed esclusivamente la conservazione di un servizio sanitario importante, ma anche fronteggiare un progetto che impatta fortemente sul piano psicologico e sulla possibilità di sviluppo futuro per territori già provati e che, nonostante le numerose rassicurazioni di rito, in realtà si sono visti depauperare sistematicamente, in ogni occasione buona. A La Maddalena, è così come nelle altre isole e nei paesi isolati. Punto nascita chiuso poiché non rispetta i 500 parti l’anno e quindi è considerato “insicuro”.  Addirittura più insicuro di una corsa, compresa traversata con qualsiasi tempo, di due ore buone, verso il punto nascita di riferimento, con il rischio di partorire in strada se non ci si è mossi in tempo. Infatti laddove si vuole rendere “sicuri” i parti, il Tribunale per i diritti del malato ammette che per la sicurezza delle partorienti si è fatto troppo poco. Eppure la legge del 2010 dice a chiare lettere che nelle aree disagiate del Paese i piccoli punti nascita non devono chiudere, bensì essere messi in sicurezza: “Oppure in alternativa prevedere consultori di primo soccorso negli ospedali locali, con la presenza di ginecologo e ostetrica per partorire sul posto o ordinare il trasporto in ambulanza in caso di emergenza”. E così nei piccoli paesi è nata la rivolta pre-maman. All’isola della Maddalena, così come a Procida e Lampedusa, sindaci e popolazione locale chiedono di riaprire la sale parto. Situazione comune ad altre piccole isole, dove raggiungere la terraferma non è una passeggiata. Soprattutto se c’è mare grosso.  Ma il disagio non riguarda solo le isole. Sempre il Tribunale per i diritti del malato rivela che a Termoli, in Molise, l’ospedale locale ha deciso la chiusura del punto nascita nei week end. Così se le doglie arrivano nel fine settimana bisogna correre fino al Cardarelli di Napoli. Che non è dietro l’angolo. Non che al Nord siano tutte rose e fiori. A Latisana, nella bassa friulana, il 17 marzo dalla sala parto si è alzato l’ultimo vagito, poi il direttore generale ha sospeso l’attività, che non è mai ripresa. Così per partorire bisogna percorre tra quarti d’ora di auto e recarsi al centro più vicino.

A La Maddalena però, non ci stanno e chiedono una deroga per mantenere aperto il punto nascita. Tutti uniti per la salvezza del servizio e per chiedere alla Regione di farsi portavoce di questo appello presso il Ministero della Salute visto che lo stesso ministro Lorenzin ha previsto la possibilità di derogare ai parametri numerici per la salvaguardia dei punti nascite in aree geograficamente disagiate, in caso vengano mantenuti gli standard di sicurezza”. Una manifestazione è stata programmata per il 12 novembre anche per ribadire che qualsiasi decisione venga presa non deve trascurare il dialogo con il territorio e la valutazione complessiva sulla Sanità nella provincia di Olbia Tempio. La contraddizione tutta italiana evidenziata da queste brutte vicende di chiusura,  è che questa battaglia per il mantenimento di una struttura sanitaria per le nascite, va a scontrarsi con una linea ministeriale che ha lanciato con forza, nelle ultime settimane, una campagna a favore dell’incremento demografico a livello nazionale: il “Fertility Day”.  Ma lo stesso Ministero contemporaneamente taglia le gambe alle condizioni di base di un vero incremento demografico:  agevolare le giovani famiglie e contare su servizi di prossimità, che consentano di programmare  la gravidanza e la nascita con tutta la necessaria tranquillità.

 

 

 

 

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