La morte dolce per mano di S’accabadora. Nel cuore arcaico della Sardegna un grande segnale di civiltà

S’acabbu: la fine. S’accabadora: colei che finisce. Come possono questi due termini essere così attuali? Perché oggi, il diritto a una dolce morte riprende e ritrova in sé la scelta antica, si dice risalente alla cultura ellenica, libera da sovrastrutture religiose, ma forte solo dei sentimenti del sollievo e del rispetto per i corpi malati, di praticare l’eutanasia in alcune regioni sarde. Ed era una donna, s’accabadora colei che dava la morte ai malati terminali, i cui parenti ne richiedevano l’eutanasia. La Sardegna dunque come antesignana e custode di una pratica, ellenica e dunque civilizzata rispetto al resto del mondo barbarico, che oggi, nella cultura postmoderna, scientifica, ma ancora fortemente piegata ai dettami religiosi, attaccata alla vita anche se certa sulla resurrezione, e che ha trovato nell’accanimento terapeutico a tutti i costi la spiegazione etica e morale del senso comune, diventa un segnale importante del fatto che scavare nei meandri della nostra comune memoria ci fa ritrovare un sostegno etico e morale, libero da infingimenti cattolici per portare avanti la battaglia sul diritto a una dolce morte. Il mondo scientifico ha, per lungo tempo, puntato a trovare giustificazioni alla pratica di s’accabadora nelle difficoltà di spostamento e di sussidio nei tempi passati, per cui nei paesi isolati e molto distanti da qualsiasi ospedale, la famiglia di un soggetto anziano non autosufficiente e quindi bisognoso di cure assidue avrebbe avuto numerosi problemi ad assisterlo. Le giustificazioni hanno ricondotto la morte per mano di s’accabadora al di fuori e l’hanno resa estranea a qualsiasi sentimento di amore, affetto, rispetto. Per lungo tempo la stessa accabadora è stata ritenuta una pura invenzione. Come pure è stato svuotato del significato originale il gesto che questa donna faceva di voltare il crocifisso, che era presente in tutte le case, prima di dare la morte alla persona malata, in segno di rispetto anche per la fede religiosa di quella casa e di quel malato. Quello di s’accabadora non era considerato il gesto di un’assassina ma era visto dalla comunità come un gesto amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. Il suo atto è la fine benevola di una vita diventata troppo sofferente e lei era considerata l’ultima madre. E la chiesa del tempo, che perseguitava crudelmente i riti difformi ed eretici, voltava la testa al passaggio di questa madre di vita e madre di morte.  Lo raccontano gli studiosi e gli antropologi ma oggi, dovrebbero iniziare a raccontarlo i cittadini di questo nostro paese. Raccontare di come la memoria storica collettiva ci insegna a non aver paura della morte e ad avere rispetto per quella mano che l’accompagna. E a dirlo ai nostri decisori, lo scoglio più grosso ad un salto culturale verso ….la modernità del passato.

Foto: Museo S’Accabadora Luras

 

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