La Maddalena (SS). Il Decreto foreste mette le mani sui boschi  della Sardegna

Alla Sardegna è stato assegnato ieri Il titolo di “Isola Forestale d’Europa 2018” per il suo impegno nella salvaguardia delle foreste e la selvicoltura mediterranea e per i consistenti investimenti a favore del patrimonio forestale e della bio-economia delle risorse rinnovabili. l’Efi Award è un premio che ogni anno viene assegnato dall’European Forest Institute, un grande network europeo per la ricerca forestale, per supportare gli Stati e facilitare la diffusione di informazioni scientifiche rilevanti per le politiche sulle foreste e la silvicoltura e che rappresenta, di fatto, il risultato della bontà delle politiche regionali a tutela del patrimonio boschivo dell’isola. Politiche regionali che il recente Decreto approvato dal Governo Gentiloni in qualche modo rinnegherebbe, se, come è scritto,  vuole dare un nuovo assetto, più marcatamente “produttivo”, alle migliaia di ettari di foreste e di boschi che ricoprono il territorio nazionale. Perché checché ne dicano i sostenitori del Decreto sulle filiere forestali approvato venerdì scorso dal Consiglio dei Ministri, il Testo non è, a spanne,  un atto di salvaguardia e di valorizzazione del ruolo fondamentale degli ecosistemi forestali nelle strategie di mitigazione come sink di carbonio, e dunque indispensabile nella battaglia di riduzione e stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra presenti in atmosfera. Non è nemmeno, sempre a spanne, un Testo che mira principalmente alla salvaguardia degli ecosistemi naturali al fine di proteggere il suolo dal degrado e dall’impoverimento, di contenere il rischio alluvioni, di proteggere l’assetto idrogeologico, né infine, di frenare il processo di desertificazione. Perché ogni azione finalizzata a preservare il nostro patrimonio boschivo, svilupparne il ruolo strategico nella mitigazione e favorirne un possibile uso sostenibile, deve necessariamente partire dalla vulnerabilità oggi degli ecosistemi naturali per giungere alla valorizzazione del ruolo che i boschi possono svolgere per le società e le economie locali. Al contrario, sono necessità economiche e a sostegno delle imprese agricole, che hanno portato al riordino della normativa in materia di foreste. Si tratta infatti della promulgazione di due decreti legislativi che, in attuazione della legge su semplificazione, razionalizzazione e competitività dei settori agricolo e agroforestale, introducono norme finalizzate, da un lato a disciplinare gli interventi finanziari a sostegno delle imprese agricole e dall’altro al riordino della normativa in materia di foreste. Obiettivi sacrosanti, non c’è dubbio. Ma che mirano esclusivamente, a far fronte in maniera più efficace alle “urgenti necessità di tutele e di gestione attiva del territorio italiano” ed anche a fare del sistema boschivo un “presidio fondamentale della qualità della vita” delle persone. Con tutto ciò che ne deriva a livello di organizzazione e sviluppo delle filiere legnose e di gestione del “capitale naturale nazionale” laddove i boschi diventano a tutti gli effetti delle merci.  E’ questa per grandi linee, l’obiezione più forte dei sostenitori dell’Appello al Presidente della Repubblica per stoppare l’approvazione del Decreto. I 264 accademici, gli oltre 220 esperti di diverse discipline, e tante associazioni, tra le quali Italia Nostra, e comitati diffusi su tutto il territorio nazionale hanno dato voce alla forte preoccupazione per “i possibili danni economici, ecologici e sociali al patrimonio forestale e al paesaggio che la nuova disciplina aprirebbe”. Una legge, come asseriscono i promotori dell’Appello, “fatta in modo frettoloso”, che contrasta con diverse altre discipline e che si basa su “presupposti antiscientifici” come ad esempio quello secondo cui “il bosco morirebbe senza l’intervento costante dell’uomo e che l’abbandono sarebbe responsabile del loro degrado”. Una legge che ha “un’impostazione produttivistica, utile solo al profitto immediato delle industrie del pellet e delle grandi centrali a biomasse”. Se è possibile, ancora più severo è il giudizio di Paolo Maddalena, costituzionalista da sempre impegnato nelle battaglie ambientaliste, che condanna senz’appello il Testo: “consente la distruzione dei boschi e delle foreste per alimentare le centrali a biomassa” perché viola “l’art. 9 della Costituzione e, con esso, gli articoli 41 (libertà di iniziativa dei privati), l’art. 42 Cost. (la proprietà collettiva demaniale e la funzione sociale della proprietà), l’art. 117 Cost. (tutela dell’ambiente e dell’ecosistema), l’art. 32 Cost. (tutela della salute), e molti altri ancora”. Ma non tutto il mondo ambientalista è schierato contro questa nuova normativa. La stessa Legambiente dichiara che il provvedimento “rappresenta un primo passo importante per sviluppare una politica nazionale efficace e coordinata del patrimonio boschivo e fornire alle Regioni un indirizzo e un quadro di riferimento chiari”. Se si vuole, come obiettano i sostenitori della legge, continuare ad usare carta e legno è necessario “tagliare gli alberi”. Attualmente “l’Italia importa l’80% del legno dall’estero” mentre i boschi nazionali “sono in aumento da 70 anni e solo il 5% della superficie viene utilizzata ogni anno”. Il Decreto, come sostengono i fautori della normativa, “suggerisce strumenti adeguati per regolamentare la gestione dei boschi (i piani forestali territoriali, di indirizzo, e aziendali) mantenendola compatibile con la conservazione della natura (che deve essere soddisfatta per legge e che può essere addirittura valorizzata economicamente) e facilitando la gestione di boschi abbandonati dai proprietari”.

Il Decreto ha aperto, dunque, il vaso di Pandora delle mille azioni mai fatte, delle mille leggi mai approvate, del degrado normativo che affligge il “capitale” naturale del nostro Paese sempre stretto tra le necessità economiche e sociali di un sistema sempre più aggressivo e la salvaguardia, semplicemente, di sé stesso.

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