La Maddalena (OT). Partorire “sotto casa” non è più segno di efficienza sanitaria, ma di lamentazioni di mamme impaurite

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Oggi, purtroppo si fa così: si prendono dei numeri, si vagliano costi e benefici economici e si interviene con leggi, accordi, tagli drastici su servizi anche indispensabili alle persone. E niente riesce a interloquire con questa logica statale: i numeri contro le esigenze specifiche di gruppi di persone. Un welfare lasciato in mano ai burocrati della finanza pubblica. E così che vengono fuori decisioni come la chiusura dei punti nascita sotto la soglia dei 500 parti all’anno, a seguito dell’accordo Stato-Regioni che nel 2010 ha avviato il piano di riorganizzazione dei reparti approntato dal Ministero della Salute. Anche a La Maddalena, uno dei punti nascita fatti fuori, un gruppo di mamme in attesa sta conducendo una battaglia per difendere la possibilità di partorire “sotto casa”. Perché questa è la risposta che viene data alle proteste: “le mamme vogliono partorire sotto casa”. E sono proprio i medici a puntare alla chiusura poiché, come dicono alla Società italiana di Neonatologia “lasciando aperti anche punti nascita dove ci sono pochi parti all’anno si pone un problema di sicurezza”. E così per dare alla luce il proprio bambino, le mamme devono affidarsi all’elisoccorso, che a La Maddalena deve fare i conti con i venti impetuosi che spazzano l’isola molti giorni dell’anno e, con poco preavviso. Ma, c’è un ma. E’ possibile chiedere una deroga da parte delle Regioni. Circostanziata, ma possibile. E così ha fatto, unica Regione, su pressione dei sindaci e dei cittadini dei punti a rischio chiusura, la Lombardia del governatore Maroni che ha presentato nelle scorse settimane  un progetto “per superare il numero di 500 parti – come ha spiegato l’Ente – come unico elemento in grado di garantirne il livello di sicurezza e qualità”. Così facendo è stata ottenuta la riapertura del reparto Pediatria di una cittadina sul Lago Maggiore, dove dall’11 dicembre un gruppo di mamme aveva presidiato per settimane, giorno e notte, l’ospedale. E un Comitato spontaneo e permanente aveva raccolto 11.000 firme. Per supportare la volontà da parte della Regione di tenere aperti i punti nascita, il governatore Maroni ha anche presentato al Ministero della Sanità un progetto per consentire il mantenimento dei punti nascita con meno di 500 parti all’anno, scatenando la durissima reazione di neonatologi, ostetrici e ginecologi lombardi, secondo cui è necessario chiudere strutture che “proprio a causa dello scarso numero di parti, non possono garantire competenze adeguate in situazioni di emergenza/urgenza né standard di qualità idonei a promuovere, sostenere e proteggere la fisiologia della nascita”. Eppure le testimonianze che dimostrano la scarsa sicurezza per le partorienti che devono affrontare uno spostamento per raggiungere il più vicino reparto ostetrico, sono tante e distribuite in tutti i posti più disagiati del nostro Paese. Circa un anno fa, ad esempio, in un ospedale del teramano, una giovane mamma è stata soccorsa da due medici che hanno deciso di ‘riattivare’ il punto nascita appena chiuso, preparando lo staff e facendo nascere una bambina. Emblematico anche il caso di Lampedusa, dove da tempo ormai non esiste un punto nascita: partoriscono solo le donne migranti in situazioni di emergenza, mentre le mamme dell’isola per far nascere i figli devono traslocare a Palermo. Con le spese di trasferimento e soggiorno a loro carico. Così come avvenuto pochi giorni fa a Sulmona (L’Aquila): una partoriente è rimasta bloccata con i familiari a causa della tormenta di neve che ha imperversato sull’Altopiano delle Cinque miglia. Grazie al soccorso prestato dai vigili del fuoco la sua bambina è stata data alla luce proprio nell’ospedale di Sulmona, nel reparto che avrebbe dovuto essere chiuso. E che verrà chiuso non appena la Regione realizzerà la pista di atterraggio, illuminata anche di notte, facendo entrare in funzione l’elicottero per trasportare le partorienti in altri punti nascita. Il Ministro Lorenzin ribadisce la sua linea, negando deroghe, ma la posizione forte della Lombardia fa scuola, a dimostrazione che c’è da qualche parte, rimasta ancora viva, la buona politica, che si adopera per  costruire percorsi comuni cittadini – amministratori e mantenere vivo un comune sentire le problematiche del proprio territorio libere dai lacci economici e più vicine alle reali e specifiche necessità sociali e ad un welfare comprensivo e inclusivo.

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