La Maddalena (OT). Le leggi non guardano i cantieri aperti e abbandonati, noi sì, tutti i giorni

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Per poter affrontare l’argomento di oggi devo preliminarmente declinare le mie scelte anche professionali che risalgono a più di 30 anni fa e che hanno intrapreso la strada maestra di dedicare la mia professione giornalistica alla difesa dell’ambiente, ma anche alla crescita di una cultura ambientalista che provasse ad armonizzare la tutela con l’innovazione, la conservazione con lo sviluppo sostenibile,  la natura protetta con la vita vissuta degli abitanti sotto protezione. E alcune leggi hanno consentito passi avanti su questa strada. Prima fra tutte la legge sullo stop al consumo di suolo, importantissima per fare in modo di rinnovare e migliorare le condizioni di milioni di strutture che deturpano i territori, senza aumentare le colate di cemento, che negli anni ’80/’90 hanno reso fragilissima buona parte del nostro Paese. Tutto questo per dire che stamattina sono passata davanti alla baia di Spalmatore, uno scorcio mozzafiato nei mesi di mezzo, dell’isola di La Maddalena, offeso però oggi, da un cantiere abbandonato, dopo l’abbattimento, circa due mesi fa, di un vecchio, brutto manufatto per farci qualcosa, pensiamo, di meglio nell’ottica della ristrutturazione e del miglioramento dell’esistente, vecchio e fatiscente. Ma proprio subito prima della caduta dell’ultimo muro, i lavori sono stati fermati da una denuncia di un gruppo di avvocati cagliaritani, che ravviserebbero alcune infrazioni e dolo negli atti degli Enti pubblici autorizzativi. Poichè diamo per scontato che chi vuole intraprendere a La Maddalena lavori che riguardino ristrutturazioni, in luoghi ipercontrollati e monitorati da tutti, di certo non è così sciocco da partire senza avere le autorizzazioni necessarie essendo l’isola soggetta a rigide regole, è inaccettabile che la legge chieda conto di eventuali reati a chi è responsabile delle autorizzazioni, ma di fatto, sequestrando il cantiere e quindi coinvolgendo anche chi sta operando la ristrutturazione, chi ha investito soldi propri, con la conseguenza per tutti di un cantiere aperto e abbandonato a metà, circondato da un indecente nastro arancione, che prevediamo rimarrà in questo stato chissà per quanto tempo. La rabbia è tanta perché disgraziatamente pochi si rendono conto, quando attivano qualsiasi azione legale, che va ad incidere sulla vita di una città che vive di turismo e di servizi balneari sostenibili e innovativi, e che, se è giusto e sacrosanto indagare sulle procedure autorizzative e punire gli Enti che sbagliano, rallentano, modificano gli atti, è altrettanto grave bloccare l’intero progetto di recupero, oltretutto coinvolgendo nelle responsabilità anche chi ha solo chiesto di procedere, con costi enormi sia in termini economici per chi ha investito in quel progetto, sia per il paesaggio naturale della baia che apparirà nel corso dei prossimi mesi (a volte anni) rovinato e deturpato da un cantiere abbandonato, che possiamo prevedere diventerà una futura discarica estiva. Siamo alle solite. Nessuno, dico nessuno quando intraprende qualsiasi azione pubblica, politica, burocratica, legale mette in conto i tempi biblici di questi contenziosi legali e nemmeno vuole conoscere e proteggere il contesto in cui quell’azione ricadrà, la dimensione di vita che gira intorno a quell’azione che viene messa in atto e che potrebbe pregiudicare lo stato sociale, economico e ambientale dell’area. Quindi più importante dell’agire stesso, è proporre e far approvare regole che, nel rispetto delle procedure, tutelino chi ignaro e munito di tutti i permessi vuole intraprendere e sviluppare un’attività o un’impresa, ma anche consentano agli abitanti dell’isola di godere di quel luogo in tutta la sua bellezza e garantiscano ai turisti che ogni anno in tanti vengono per rivederlo, di ritrovarlo ancora più curato dell’anno precedente.

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