Da La Maddalena (OT), una riflessione sulla Riforma dei Parchi

I problemi più evidenti sollevati dalla gestione fallimentare del Parco nazionale dell’Arcipelago de La Maddalena, avrebbero avuto uno svolgimento diverso alla luce dell’applicazione della riforma sulla legge 394 sui Parchi?

Abbiamo iniziato già da alcuni articoli fa, su Piazza Gallura, a presentare i punti più critici della proposta di riforma della legge 394 sulle Aree Protette, che, partita come un “tagliando”, dato il tempo trascorso dalla sua emanazione (dicembre 1991), ha preso invece, nei passaggi parlamentari, la strada di una radicale modifica nei suoi punti più sensibili, tanto da scontentare tutte le associazioni ambientaliste le quali hanno chiesto a gran voce la rimessa in discussione dei passaggi più controversi. Partendo dal fatto che i Parchi hanno bisogno di una buona riforma, le associazioni ambientaliste chiedono da diversi anni una discussione approfondita e un’analisi dei punti di forza e di debolezza di tutto il sistema. Richiesta che non è mai stata recepita. Anzi, si è andati avanti individuando tra i portatori d’interesse, soggetti “utili” ad avvallare i punti da modificare, anziché dare rilievo a chi chiedeva di non risolvere la situazione con un “mero intervento di carattere normativo”.  L’interlocutore principale è diventata Federparchi, il “sindacato” dei Parchi, che in realtà non è rappresentativo di tutto il sistema, poiché non riunisce tutti i soggetti che hanno oggi la responsabilità della gestione delle aree protette, ma che acquista, nella riforma, il ruolo esclusivo di rappresentante degli Enti gestori delle Aree naturali protette: “riconosciuto per legge”. Chi discute di cosa, è il primo dei problemi della riforma, dunque. Inoltre “l’aggiornamento della legge 394 – come sottolineano le associazioni ambientaliste – non può essere soddisfatto solo dal mero svolgimento di indagini conoscitive parlamentari” ma dovrebbe affrontare con una visione “organica e d’insieme” le varie problematiche. Gli aggiustamenti tecnici, al di là del merito, “non bastano al rilancio del sistema” e non risolvono affatto tutte le questioni aperte. Il progressivo rallentamento dello slancio iniziale dei Parchi , infatti, non è frutto di una carenza della legge 394, ma di non averla mai applicata pienamente. Le modifiche proposte  dalla riforma spingono le aree protette “sempre più sotto il controllo” della politica e degli interessi che le governano. Occorreva invece cercare un equilibrio tra i diversi poteri “senza che l’uno sconfini nelle competenze altrui”. E’ necessario, secondo gli ambientalisti, ristabilire correttamente gli ambiti delle competenze istituzionali in tema di conservazione della natura e favorire una riforma che sostenga le Regioni e gli Enti locali in una pianificazione coerente agli obiettivi dei Parchi, che spesso non possono essere perseguiti solo da azioni sviluppate all’interno dei confini dell’area protetta. Evitando però di consegnare i parchi alle logiche di degenerazione localistiche e partitiche. Pericolo che invece è presente nella riforma alla voce governance, laddove, da una parte si prevede di introdurre nei consigli direttivi un rappresentante di categoria degli agricoltori, senza rivedere la composizione e il ruolo della Comunità del Parco e dall’altra  si prevede che il Presidente, che oggi ha piena legittimazione grazie all’intesa obbligatoria che va raggiunta tra Stato e Regione, venga sempre nominato dal ministro dell’Ambiente d’intesa con le Regioni, ma eliminando l’obbligatorietà, dal momento che, trascorso un tempo tot, se non viene raggiunta l’intesa, il ministro decide da solo. Si è guardato a modifiche di forma (che interessano la politica) e non di sostanza (che interessano il funzionamento delle aree protette). Perchè sono le funzioni che hanno reso in questi anni il lavoro dei parchi molto faticoso. La riforma non affronta il ruolo della Comunità del parco, delle piante organiche, del ruolo del Direttore che si trova spesso a svolgere, oltre alle funzioni dirigenziali anche quelle “in supplenza”, che dovrebbero appartenere agli uffici amministrativi o tecnici,  del rapporto con il Corpo forestale dello Stato, del passaggio dei beni demaniali, della questione delle riserve statali che rientrano nel perimetro dei parchi nazionali. Di questi, ma anche di tante altre questioni, la riforma non fa cenno. Allora, l’unica cosa da fare è: punto a capo. Riprendiamo dal punto di partenza tutti insieme, senza sbalzi in avanti e senza forzature insopportabili.

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