Aggius (OT): La festa di “Li molti e molti”

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La festa di “Li molti e molti” ha origini lontane e sta andando via via scomparendo. “Queste memorie – si legge  nel sito http://web.tiscali.it/ancorapagine/tempio/usanze.html – vanno collocate tra gli ultimi decenni del secolo scorso e i primi del ‘900 quando in tutta l’Italia meridionale e, quindi, nella nostra Gallura, la maggior parte della popolazione viveva in condizioni economiche molto disagiate. Poche erano le famiglie benestanti (li signori), alle dipendenze delle quali lavoravano tutti i nullatenenti. Al posto del denaro spesso ricevevano beni in natura per il lavoro prestato nella coltivazione dei campi, per accudire il bestiame o per sbrigare le faccende domestiche della moglie del padrone. In ogni caso, con ciò che guadagnavano, riuscivano a malapena a sfamare la propria famiglia e a procurarsi gli abiti strettamente indispensabili per affrontare il freddo dell’inverno e il caldo dell’estate.
In occasione di alcune feste importanti li ricchi (i ricchi) sentivano nella loro coscienza il dovere di fare delle opere buone in suffragio dei loro morti  dai quali avevano ereditato i beni di cui erano in possesso. Speravano inoltre che così venisse aperta anche a loro con maggiore facilità la porta del Paradiso una volta che fossero passati a miglior vita.
Le persone anziane da noi intervistate ci hanno raccontato che nel passato c’erano due tipi di poveri: quelli che ostentando in maniera sfacciata le loro povertà non facevano altro che chiedere, e quelli che vergognandosi del loro stato economico (lu poaru valgugnosu), soffrivano in silenzio.
Proprio nella notte tra l’1 e il 2 di novembre, nella ricorrenza della festa di tutti i Santi e della commemorazione dei defunti, la padrona di casa era solita poggiare sulla soglia esterna della finestra della propria abitazione un piatto ricolmo del cibo che era stato preparato per il pranzo di quel giorno di festa. Nottetempo, infatti, nascosti dall’oscuità, li poari valgugnosi si avvicinavano alle case dei ricchi e portavano via dal davanzale della finestra quei cibi prelibati con i quali si sarebbero sfamati durante il pranzo del giorno successivo.
I poveri che invece non si vergognavano del loro stato, prorio in occasione dell’1 e del 2 novembre, andavano a bussare alla porta dei ricchi chiedendo loro viveri di qualunque genere (fave e fagioli secchi, patate, castagne, noci, mele, fichi secchi…). Prima di andar via ringraziavano la padrona di casa dicendo “Sia pal’anima di li ‘ostri molti”. 
Chiedevano insomma li molti e molti. 

Poteva anche capitare, come in effetti capitò, che la padrona di casa sbattesse la porta in faccia all’ennesimo poveretto che le si presentava dinanzi, o perché in quel giorno a chiedere li molti e molti erano stati in troppi, o perché spesso i ricchi sono anche tirchi. A questo proposito è stata composta, da Austinu Antoni Sulina, vissuto a Nuchis tra la seconda metà dell’800 e i primi decenni del ‘900, la poesia che segue.

Ammentati
chi chiltatu t’aggju li molti e molti
però tu, balbara e folti,
m’hai un no replicstu!
È opara santa e pura
fa bé a li molti soi,
però tu, folti e sigura,
mancu la ‘ntesa n’oi.
Palchì sullazzà no voi
un tristu esiliatu?
Però tu, balbara e folti,
m’hai un no replicatu!

L’usanza di li molti e molti venne tramandata di padre in figlio ma, con lo scorrere degli anni, ha subito delle trasformazioni anche perché le condizioni economiche, sociali e culturali dell’Italia, della Sardegna e quindi anche della nostra Gallura, andavano migliorando.
Attorno agli anni ’60, a chiedere li molti e molti porta a porta, non erano più gli adulti, ma i ragazzini e le ragazzine che, divisi in gruppi e armati di sacchettini cuciti per l’occasione dalle loro mamme, giravano allegramente per le vie del paese dalla mattina alla sera, nei primi due giorni di novembre chiedendo a tutti li molti e molti.
Anche in questo periodo capitò più di una volta che i padroni di casa cacciassero in malo modo l’allegra brigata che si vendicava cantando ad alta voce la canzone che segue:

C’eti datu una batosta
Cu li vuni di li boi!
Cantu n’eti datu a noi
Vinni felmia in casa ‘ostra!”

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